This is not what it is

Tendere alla perfezione, equivale a non perfezionarsi mai. È la messa in scena di una disarmonia che rende l’arte eterna.
Iago

Siamo dei grossi bambini. Ma allora, quale regno ci resta?Il Teatro! Reciteremo per rifletterci nella finzione e lentamente ci vedremo, grosso narciso nero, sparire nelle sue acque.
Jean Genet, I negri

di e con: Marco Sanna Francesca Ventriglia
Luci e Suoni: Massimo Casada

 

Ultimo capitolo per B-tragedies trilogia shakespeariana trash, che questa volta si confronta con Otello. La formula, come nei due precedenti capitoli che hanno affrontato Macbeth e Amleto, è quella di far reagire fra loro il linguaggio alto di Shakespeare con forme espressive molto più basse, i dialetti, il karaoke, il voyeurismo tipico di certa stampa scandalistica, le barzellette. Il tutto per inseguire la deriva del concetto di popolare. Cosa è popolare? Come si fa ad essere popolari? Si può essere popolari?

Quello che vedrete è ciò che succede quando si tenta di fare reagire Shakespeare con i dialetti, con il karaoke, con la stampa scandalistica, con le barzellette sporche, con le parolacce, con le squallide battute, con la volgarità di ogni giorno, con i soldi, con il gratta e vinci, con la tivù, con le merendine e con i villaggi turistici, con Maria Nazionale e con i selfie, con gli strass e le paillettes, con i cocktail colorati, con i balli di gruppo, con la tristezza della volgarità, con la volgare tristezza.
Questo è un omaggio alla spazzatura di ogni giorno, alla bassa fedeltà, alla confusione nella quale viviamo, al tradimento di ogni tradizione tradita e subita, al tradimento di ogni umana speranza, alla stupidità di ogni gesto ogni parola ogni movimento a cui non saremo mai abituati.
Siamo quello che siamo. Se facciamo male le cose, le facciamo però a modo nostro. Quelli che le fanno bene le fanno tutti allo stesso modo.

La nostra stupidità è l’antidoto scenico contro la falsa cultura.
Ci siamo appropriati del sacrosanto diritto di essere stupidi infinitamente stupidi, abbiamo calpestato i pregiudizi (i nostri tutti), il cattolico decoro, il bel teatro, il buon teatro, quello con la trama narrativa, quello dei testi sacri, quello che accusa un vuoto di contenuti negli altri, sempre negli altri, quello che non si guarda allo specchio, incapace di vedere le proprie rughe.

Non lo faremo mai questo Otello, mai! a noi L’Otello non piace, noi l’Otello non lo capiamo. Desdemona è una cosa inutile e Otello un immigrato clandestino con quella maledetta tragedia e quella sfiga stampata in faccia, che rende difficile guardarlo fisso negli occhi.
Noi siamo due professionisti dell’intrattenimento estivo come pochi, non ci abbasseremo mai a fare una tragedia dove muoiono tutti….la gente vuole ridere e noi li faremo ridere.

Siamo a Cipro e non succede nulla, la stagione è finita prima ancora che arrivassimo qui. Sono lontani i tempi quando i Turchi assediavano le coste, quando si poteva almeno menar le mani. Non è rimasto nulla neanche una fortezza da difendere. Solo la noia di chi sa di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Solo i fantasmi che pian piano s’impossessano delle nostre vite, si mescolano alle nostre vicende personali. In un fine stagione triste, essi si confondono a noi.

Fra i tavolini vuoti e gli ombrelloni divelti Otello e Desdemona ancora s’inseguono in un eterno equivoco, sperando di sfuggire al loro triste destino.
I personaggi sono ridotti a poveri relitti, svuotati di ogni consapevolezza, rifiutano essi stessi di voler sapere o conoscere i motivi per i quali si trovano ad agire su un palcoscenico. La storia è lasciata alle spalle, è data per scontata come è giusto che sia visto che si ripete da cinquecento anni. Si parla dunque verso un pubblico dal quale si pretende che conosca a priori l’argomento di discussione, se non lo conosce tanto peggio per lui, ha avuto secoli per informarsi.

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