Farendi in Turritana
(de-generazione in-generazione)
Al contrario di chi vuole la tradizione come espressione monolitica di un passato vero o presunto, nostalgia di cose che non tornano, la compagnia ritiene invece che la tradizione, così com’è nell’etimologia della parola, sia qualcosa che continuamente cambia e si evolve in base ai tempi e ai passaggi generazionali. Lavorare dunque sulla più antica e rappresentativa delle commedie sassaresi, Farendi in Turritana è infatti datata 1917 ed è stata per lungo tempo testo unico per le varie compagnie dialettali dell’epoca, vuol dire nelle nostre intenzioni avvicinarsi, senza nessun tentativo d’irrisione, ad una forma di cultura che ha preso negli anni grande importanza. Considerando infatti, nonostante ciò che possono pensarne le filodrammatiche cittadine, gli scarsissimi spazi destinati al teatro contemporaneo in città e la pochissima attenzione posta da parte delle Amministrazioni verso le forme di espressione artistica giovanile in genere, il nostro ragionamento tende a minare un sistema basato sulla quasi imposizione di una cultura dominante che riduce l’espressione teatrale ad attività di puro svago perpetrata da “non attori” cioè da individui che non svolgono questa professione come principale occupazione lavorativa, ma semplicemente come hobby.
Ben lungi da voler eliminare le forme di espressione popolare, quando queste siano autentiche, la nostra è anche e soprattutto una dichiarazione di dolore davanti allo sfacelo di una città vuota che stenta a prendere iniziative forti e rifugge la svolta radicale che la cultura, intesa in una accezione più contemporanea, potrebbe dare.
Lo spettacolo attraverso una serie di suggestioni sgretola la commedia da cui prende spunto, per calare la sua essenza in un tessuto e in un contesto contemporaneo. Ecco che allora i testi originali di Farendi in Turritana si incrociano con Shakespeare, Harold Pinter, Giovanni Lindo Ferretti, Eduardo de Filippo, e con le canzoni della sceneggiata napoletana, sorella maggiore anche se assai più calata nel tessuto sociale che gli appartiene, della nostra commedia “Zappadorina”.
Ciò che lo spettatore trova sulla scena è un caleidoscopio d’immagini ove la storia originaria si è persa e i personaggi sembrano cercare ognuno un modo nuovo e differente di esistere. Dall’iniziale pantomima, che apre lo spettacolo con gesti stereotipati ripetuti ossessivamente in sequenza e sui quali non c’è neanche bisogno di aggiungere parole, si passa ad un ambiente casalingo ove gli abitanti si sono barricati dentro, sbarrando la porta di casa, quasi a difendersi da una cultura e da un esterno che li vorrebbe sempre uguali a se stessi. Cardine della nuova scrittura scenica sono i due giovani fidanzati e promessi sposi. Spogliati della patina retorica propria del testo originale, che li vuole sì, convinti del loro amore tanto da voler provocare uno scandalo se la famiglia di lei non acconsentisse al matrimonio, ma allo stesso tempo assoggettati al volere (ordine) del capo famiglia, i due ragazzi diventano nella nostra lettura due carnefici che tengono in scacco la casa. Nonostante la loro carica eversiva e la crudeltà presente nelle loro personalità, usata sia nei confronti della famiglia che all’interno del loro intimo rapporto, i due non potranno nulla contro una regola (o tradizione) che li vuole invece allineati a un pensare comune, rispettosi del padre e della madre, o almeno timorosi di ciò che essi rappresentano. Sarà la contraddizione insita nel loro rapporto, che seppur “nuovo” vive di regole soffocate ma ancor vive nel profondo, unita all’impossibilità di fuga dovuta al manifestarsi intermittente, attraverso la finestra di casa, di un “fuori” dove cadono bombe e si moltiplica il terrore, a far si che i loro piani non si avverino. Tutto ciò che essi avrebbero voluto capovolgere, tutto un sistema di regole e contraddizioni li fagocita, li mastica e digerisce in quell’eterno teatrino della storia umana fatto di figliol prodighi, agnelli che tornano all’ovile, capelli tagliati, teste a posto e figli che prendono il posto dei padri. Il candeliere che a un certo punto dello spettacolo riesce a sfondare la finestra e a gettarsi dentro casa, sta a simboleggiare la violenza di fondo che esiste da parte di alcuni, che ci vorrebbero tutti interessati ai loro ridicoli teatrini e ai loro fondamentalismi campanilisti. La chiusa dello spettacolo è affidata alle parole che Amleto pronuncia agli attori di corte e tutta l’operazione nella sua interezza coglie la suggestione di quella famosa messinscena fatta dinanzi allo zio usurpatore del trono di Danimarca, infatti anche qui come allora facciamo si che “…i criminali difronte alla realtà posta in scena ad opera d’arte, rimangano talmente impressionati da spiattellare da soli i loro crimini…”.