Search and Destroy su Teatro e Critica

07/03/2015  |  News  | 

Recensione di Rossella Porcheddu su Teatro e Critica

Ha cinquecento anni, uno più uno meno. È entrato in tanti corpi, ha parlato con diverse voci. Oggi è ancora qui, a fare capolino sul palco, a infilarsi nelle trame di un testo, il più citato fra i sempre citati personaggi del Bardo. E lo ritroviamo anche nello spettacolo vincitore di Inventaria, festival/concorso che ha avuto luogo al Teatro dell’Orologio dall’11 al 24 maggio. Ma, diciamolo subito, Search and Destroy non è un lavoro su Amleto. Piuttosto è il pretesto per parlare delle possibilità di interpretazione e della necessità, impellente, quasi doverosa, di tradire la tradizione, per ragionare sul senso di ciò che si va a replicare, sera dopo sera, e di anno in anno, per arrivare a cinquecento. Perché Amleto dunque? Per glorificarlo? Per denigrarlo? No, semplicemente, come si legge nelle note di regia, perché «Amleto è l’attore, Amleto è il teatro».

Mixer audio e luci sulla scena a smascherare un teatro “fatto in casa”, e velatino, sul fondo, a nascondere lui, l’attore, che dichiara di non volere la responsabilità di ciò che sta per fare. E che cerca di svincolarsene, azione dopo azione, parola dopo parola. Costretto a entrare nello spazio dietro la minaccia di un’arma, annuncia l’impotenza, e l’indolenza, affidando a un microfono i propri dubbi e rivolgendo a noi, spettatori, alcune domande: «Quanto vale questa farsa? Che cosa è giusto pretendere col prezzo di un biglietto?» E avvertendoci che niente succederà, niente muterà in noi, alcuni forse avranno un brivido, molti se ne torneranno a casa così come sono arrivati, senza portarsi nulla dietro.

Ma così non è per lo spettacolo scritto e interpretato da Marco Sanna, con l’ausilio in scena di uno “strano tipo e luciaio” (Massimo Casada). Perché stratificato si presenta il lavoro di Meridiano Zero, compagnia di Sassari che gioca coi dialetti e con le sfumature delle parlate locali, che si confronta con il concetto di cultura popolare, per comprenderne le derive e sondarne il potere, che mette in campo una riflessione sull’essere artisti e sull’essere pubblico. S’interroga sulla sacralizzazione della tradizione e utilizza opere immortali per far emergere le tragedie più piccole, quelle di serie B. E indaga i rapporti familiari, le relazioni di coppia, per scovare l’asfissia nell’amore e grattare il marcio dalle mura domestiche.

Tematiche che ritroviamo nella trilogia shakespeariana trash di cui Search and Destroy fa parte, e che porta il titolo di B-tragedies, in omaggio ai B-movies. Ideata dalle due anime del gruppo, Marco Sanna e Francesca Ventriglia (in scena negli altri due lavori), la trilogia, nel primo capitolo, Adda passà a nuttata, intreccia le vicende del Macbeth con la strage di Erba, mentre nel terzo, This is not what it is, prendendo spunto dal moro di Venezia, mette in campo copie di Otello e Desdemona e del loro amore esclusivo. Nel secondo capitolo, quello di cui parliamo, la trama è data per scontata, i meccanismi sono manifesti e il pubblico è complice, partecipa alla sventura di Amleto, condannato a rivivere la stessa storia, e ridotto, per inadempienza degli altri, a fare le veci di tutti.

È solo in scena il principe di Danimarca, mentre Claudio, Gertrude, Ofelia, Polonio e il fantasma del re, identificato con un vecchio lampadario, si nascondono dietro le quinte, decisi a non uscire. È solo quando indossa, uno alla volta, i panni degli altri personaggi, per presentarsi al casting della tragedia. È solo nella scena madre, dove si improvvisa cantante neomelodico, incorniciato dalle luci di una mirrorball.

Non si vuole marchiare certa cultura di basso profilo come spazzatura, piuttosto s’impugna il diritto di mettere in scena ciò che esiste oggi e che non possiamo far finta di non vedere, contro la ricercatezza a tutti i costi. Si cerca, dichiaratamente, il consenso con battute facili, per un teatro che sembri raffazzonato, arrangiato in pochi giorni e con quattro stracci, in perfetta sintonia con i film ‘bread and butter’, fatti solo per guadagnare.

Ma, tolto lo strato più superficiale, quello esplicitamente trash, non resta che la verità: quanta miseria in quel ragazzino che si presenta per la parte di Claudio con una corona sulla testa, come se bastasse un copricapo dorato a farne un re, come se bastasse aver fatto un laboratorio, una volta a scuola, per definirsi attore. E quanta pochezza in quell’artista sorpreso dietro le quinte a leggere da un foglio appiccicato sul muro paroloni altisonanti dei quali non sa, e neanche vuole, comprendere il senso.

Questa altro non è che autenticità, nell’accezione esistenzialista del termine, perché esprime davvero il valore più profondo, e dunque più alto, dell’attore, oltre che la coscienza della propria vocazione.
Ancora più autentico ci appare, sul finale, il conteggio della paga, spiccioli che servono per comprare il pane, il salame e due birre, il giusto pasto per una giornata di fatica. Un retrogusto popolare, eduardiano, prima che il rock sporco di Iggy and the stooges chiami il buio colmando il silenzio.
In conclusione, vogliamo informare gli spettatori romani che non hanno visto Search and Destroy il 20 maggio, che potranno rifarsi durante la stagione 2015/16 dell’Orologio, perché il premio di Inventaria consiste nell’uso della Sala Gassman per tre repliche, in date ancora da concordare.

E al pubblico, sardo e non solo, ricordiamo che Meridiano Zero organizza nell’autunno sassarese Marosi di Mutezza – teatri in via d’estinzione, rassegna che giunge nel 2015 alla decima edizione e che attualmente rappresenta l’unico passaggio del contemporaneo nel nord Sardegna. La compagnia è, inoltre, stata scelta per il Progetto Giovani Idee, programma di sostegno e accompagnamento degli artisti emergenti dell’isola che coinvolge Sardegna Teatro, il circuito teatrale regionale sardo (Cedac) e la Rete Giovani Idee, costituita da tredici spazi teatrali sparsi sul territorio. I soggetti scelti (oltre a Meridiano Zero, Cucumea Teatro e Spazio T) saranno accompagnati in un percorso formativo, produttivo e distributivo nell’arco del prossimo triennio. Il tutto rientra nel processo di rinnovamento che Sardegna Teatro, con la direzione di Massimo Mancini, sta portando avanti (a questo proposito leggi l’intervista pubblicata sul Tamburo di Kattrin), dando il via a una nuova fase, che ci auguriamo possa allargarsi all’isola tutta, da nord a sud.

Rossella Porcheddu

 

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