I can’t get no satisfaction

da
“Ricordi dal sottosuolo” di Fedor M. Dostoevskij
una produzione Malasemenza – Meridiano Zero – Pilar Ternera – Teatro di Buti
di e con
Claudio Alfaroli
Francesco Cortoni
Silvia Garbuggino
Marco Sanna
Francesca Ventriglia
regia
Gaetano Ventriglia

 

Lo spettacolo nasce come collaborazione fra due nuclei artistici, quelli delle compagnie Meridiano Zero di Sassari e Malasemenza di Livorno, viene coprodotto insieme all’associazione Pilar Ternera di Pisa e al Teatro di Buti (PI) dove ha debuttato nel Marzo 2007.

Ricordi dal sottosuolo è certo un libro difficile, lo stesso scrittore mentre lo scrive non sa come sarà accolto dal pubblico e fra l’altro la sua stesura fa parte di un periodo difficile e di forte cambiamento per la vita di Dostoevskji. Il testo costituisce uno spartiacque nell’opera dello scrittore russo, da quel momento in poi infatti tutti i personaggi delle sue opere avranno un loro sottosuolo, ed ad ognuno di loro, attraverso un cammino doloroso ma necessario, sarà data la possibilità di uscirne, verso qualcosa di diverso; alcuni ce la faranno, altri no.

Sottosuolo come luogo del risentimento, dell’inerzia, della malattia che si nutre compiaciuta di se stessa. Una trappola tutta mentale. Sottosuolo anche come luogo dove affermare la propria libertà, l’indipendenza del proprio volere, la propria irriducibilità al “due più due quattro”.

La prima parte dell’opera è un flusso di ricordi e insieme di coscienza. L’uomo del sottosuolo “spiega” mattone per mattone da cosa è costituito questo suo cantuccio e insieme enuncia le teorie che hanno fatto sì che la sua coscienza lo allontanasse dal mondo, dalla vita vera, e lo inducesse a chiudersi qui dentro, da vent’anni ormai.

Abbiamo voluto seguire, nella costruzione dello spettacolo, lo stesso movimento dell’opera, dunque questa prima, lunga parte è stata affrontata con tutto il pericolo che comportava, assumendosi la responsabilità del “dover spiegare”, maniacalmente, le teorie del sottosuolo: teorie e pensieri che sono di una logica implacabile (e amarissima) nella visione del mondo e della condizione umana, e al tempo stesso letteralmente ricoprono, e tentano penosamente di nascondere il non-coraggio-divivere. Questa mancanza di coraggio è il nocciolo del libro.

La vita prima della resa, se così vogliamo chiamare una lucida dipartita dal mondo e dalla sua medietà, è stata un dibattersi perpetuo fra il bene e il male, nel disperato tentativo di dare spessore alla vita di un insetto. Ma niente, neanche questo è riuscito a diventare, neanche un insetto. Tutto ciò è rievocato, dal nostro uomo, in questa prima parte, ove si dibatte fra il rapporto impossibile, seppur nella compassione, con il proprio servo, e i fantasmi, il loro carico di umiliazioni, che inesorabilmente riempiono “la scatola della memoria”. “Voi direte piuttosto che è volgare e ignobile metter tutto ciò in piazza, dopo tante ebbrezze e lacrime che io stesso ho confessate. Perché poi ignobile? Ma che davvero credete che debba vergognarmene, o che tutto questo sia molto più stupido d’una qualunque delle vostre cose, signori? Ma del resto, avete ragione; ciò è veramente volgare e ignobile. Il più ignobile di tutto, però, è che ora abbia cominciato a giustificarmi davanti a voi. E più ignobile ancora è quest’osservazione che sto facendo in quest’istante. Ma basta, comunque, chè non si finirebbe mai : si troverebbe ogni volta qualcosa di più ignobile ancora”[…]

Nello svolgersi fedele ma non cronologico dei fatti, l’uomo affronta tutti i “grandi” avvenimenti dell’esistenza descritti nell’opera, ora in maniera epica ora tragicomica. All’uomo del sottosuolo ripugna il mondo, con le sue leggi, comprese quelle oggettive, quelle cosmiche; gli altri (tutti) gli fanno schifo, con le loro idee utilitaristiche e la ricerca di un benessere squallido. “Se il mondo mi ripugna, se gli uomini mi fanno schifo,, io mi rifugio quaggiù nel mio cantuccio”.
Questo dice l’eroe di questi ricordi. Forse ancora non sa di essere un comico. Proprio l’aspetto del comico, là dove non dovrebbe esserci, là dove sembrerebbe alquanto inopportuno, è la chiave attorno a cui ruota la lettura che “I can’t get no satisfaction” dà dell’opera di Dostoevskji. Abbiamo voluto vederlo così, il nostro uomo, un comico di cattivo gusto, la cui unica materia di studio (di ricerca) è la propria inutile esistenza. “Voi certo, signori, pensate che io voglia farvi ridere? Vi sbagliate anche in questo. Io non sono affatto l’uomo allegro che vi sembro, o che forse vi sembro”.

Lo spettacolo è incentrato totalmente sulla forza degli attori, sul loro fuoco scenico e le personali caratteristiche. Il lavoro si sviluppa a partire da un tentativo sincero e consapevole di comprensione profonda del testo, di tutto quello che il testo lascia fuori, e che ne costituisce il significato, lasciando così ampi margini d’improvvisazione che permettono di trattare la materia letteraria come materia viva in continuo movimento, cangiante secondo umori e vibrazioni sera dopo sera, Nulla sulla scena. Nulla intorno. Solo cinque presenze, pochi oggetti sparsi.
Un fiume di parole che tentano di ricostruire una condizione, uno status: il sottosuolo. Ciò a cui ci si trova di fronte è un “esploso” che non segue perfettamente l’andamento dell’opera ma ne in-segue il senso, cercando di mantenerlo vivo passo dopo passo, attraverso parole proprie e una riscrittura scenica in cui ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti è da ritenersi non puramente casuale ma vero, perché abbiamo compreso che il sottosuolo è una condizione non lontana, anzi, in qualche modo, appartenente a ognuno di noi.

 

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